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Holloway Road di Lea Bardi

Una ragazza italiana nella Londra degli anni ’80

Nel 1980 Lea ha ventidue anni e sente che la vita che la aspetta a Genova non le appartiene. Parte quindi per Londra con pochi soldi, un inglese incerto e soprattutto con il desiderio di essere altrove: libera, diversa, lontana da ciò che conosce.

Da questo momento Holloway Road diventa il racconto di una formazione non lineare, fatta di entusiasmo, eccessi, passioni, disillusioni e ricerca di sé.

La Londra che accoglie Lea è ruvida, inquieta e profondamente vitale. È la città della disoccupazione, degli scioperi e dei cambiamenti sociali, ma anche dei locali underground, della musica, delle case condivise e di una libertà che, per una giovane italiana dell’epoca, doveva apparire quasi vertiginosa. Lea si lascia trascinare da quel mondo. Frequenta feste, sperimenta l’hashish e altre esperienze, conosce donne molto diverse tra loro e osserva con curiosità e ammirazione un universo affettivo e sentimentale nuovo per lei.

Victoria rappresenta un passaggio importante della sua vita londinese. Attraverso di lei, Lea entra ancora più profondamente in un ambiente fatto di amicizie, passioni, gelosie e legami che possono cambiare improvvisamente.

Alcune ragazze la colpiscono per bellezza, personalità o fascino, ma Lea non sembra davvero innamorarsi di loro. Piuttosto, attraversa queste esperienze cercando di capire se stessa, ciò che la attrae e quale tipo di relazione possa darle quella sintonia che continua a mancarle.

Rimane affascinata anche da una ragazza molto bella, ma ancora infantile e incostante. Intorno a lei, i rapporti nascono e si spezzano con grande rapidità. Anche Victoria attraversa le proprie delusioni sentimentali, e il romanzo mostra con naturalezza quanto facilmente le relazioni possano diventare fragili, confuse o dolorose.

Lea osserva, partecipa, si lascia coinvolgere, ma spesso rimane insoddisfatta. Anche quando sembra attratta da un uomo, qualcosa continua a non combaciare fino in fondo. C’è sempre una distanza, una sintonia che non arriva completamente, come se Lea continuasse a cercare qualcosa che non riesce ancora a definire, ed è proprio qui che il romanzo acquista profondità: Lea appare libera, ma non ancora arrivata a se stessa.

Sperimentare tutto non significa necessariamente trovare ciò che si cerca.

Dietro le feste, le relazioni, la trasgressione e l’apparente leggerezza rimane costante una domanda: quale vita può davvero appartenerle?

La libertà esterna non coincide automaticamente con la felicità. Lea può scegliere, partire, cambiare, sperimentare e conoscere mondi nuovi, ma dentro di lei resta una zona irrisolta.

Il rapporto con le origini e con gli affetti familiari continua infatti a esistere anche quando sembra essersene allontanata completamente. Alcuni eventi la costringono a guardare nuovamente verso ciò che aveva lasciato, facendo emergere il contrasto tra la ragazza partita alla ricerca della libertà e la donna che, attraverso le esperienze vissute, comincia lentamente a interrogarsi sul significato di casa, appartenenza e memoria.

Ed è proprio il rapporto con la memoria a diventare uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

La scrittura di Lea Bardi è diretta, spontanea e molto visiva. Ha spesso il tono intimo di un diario e procede attraverso immagini quotidiane, dialoghi brevi e ricordi. L’autrice non cerca costruzioni complesse: racconta attraverso dettagli concreti, piccoli oggetti, odori, strade, case, stazioni e persone.

È una scrittura semplice solo in apparenza, perché sono proprio questi dettagli a far emergere la nostalgia.

Basta un vecchio ascensore, una strada che non è più come prima, un locale scomparso, una casa cambiata o un volto familiare perché un’intera parte del passato torni improvvisamente a vivere.

Particolarmente riuscito è il modo in cui l’autrice fa parlare i luoghi.

Holloway Road, le case, le stazioni, i locali e le strade di Londra non sono semplicemente scenari, ma diventano veri e propri custodi del tempo trascorso.

Quando Lea torna in certi luoghi, il presente e il passato quasi si sovrappongono. La città è cambiata, molte cose non esistono più, altre hanno preso il loro posto, eppure qualcosa rimane intatto nella memoria, ed è qui che la narrazione assume un tono più malinconico.

Lea non ricorda soltanto ciò che è successo: ricorda anche la ragazza che era. La memoria diventa quindi uno specchio. Le permette di osservare quella giovane donna partita dall’Italia con il desiderio di essere diversa e di chiedersi, a distanza di tempo, che cosa sia rimasto di lei.

Il passato non viene raccontato come qualcosa di definitivamente concluso, continua a riaffacciarsi nel presente, attraverso le persone, i luoghi e le sensazioni, ed è probabilmente questo uno dei pensieri più belli lasciati dal romanzo: possiamo allontanarci dai luoghi e dalle persone, ma alcune parti della nostra vita continuano a camminare dentro di noi.

Holloway Road non è quindi soltanto il racconto di una ragazza italiana nella Londra degli anni Ottanta.

È una storia di libertà, identità, memoria, smarrimento, attrazioni, relazioni e desiderio di appartenenza.

È il racconto di una giovane donna che prova a costruirsi attraverso ciò che incontra, anche sbagliando, anche soffrendo, anche tornando sui propri passi.

Ed è soprattutto la ricerca di un luogo, reale e interiore, nel quale riuscire finalmente a riconoscersi.

La lettura lascia volutamente molte domande aperte.

Quando si arriva alle ultime pagine, infatti, la sensazione non è quella di avere assistito a una conclusione definitiva, ma soltanto a una fase della vita di Lea.

Il lettore rimane curioso.

Che cosa accadrà dopo?

Lea riuscirà finalmente a trovare quella sintonia che sembra aver cercato per tutto il romanzo?

Troverà una relazione nella quale riconoscersi davvero?

E soprattutto, riuscirà a trovare il proprio punto di equilibrio, il proprio posto e la propria realizzazione?

È proprio questa sensazione di percorso ancora aperto a far desiderare un seguito.

Perché, una volta chiuso il libro, sembra che Lea abbia ancora molto da raccontare.

E noi quel seguito lo aspettiamo.


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